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Avete passato l’infanzia a sognare davanti ai “cartoni animati giapponesi” (oggi chiamati più correttamente Anime)? Siete cresciuti sotto gli sguardi torvi dei genitori che scuotendo la testa vi apostrofavano: “… alla tua età guardi ancora questi cartoni da bambini…”? Adesso siete adulti e vi sentite liberi di perdervi tra Anime e Manga e di impazzire per il Cosplay senza il minimo rimorso di coscienza? Allora Takashi Miike, l’eclettico e prolifico regista nipponico, ha proprio il film che fa per voi.
Fatevi beffe della critica che vorrebbe relegare Zebraman tra i film per bambini, armatevi di pazienza per la lettura dei sottotitoli e preparatevi a farvi coinvolgere da un supereroe per caso.

Il film in pillole

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L’anno è il 2010 e il luogo è il Giappone, accadono fatti strani in città: inspiegabili episodi di violenza, uomini-granchio assassini, apparizioni di creature verdi e gelatinose. Le autorità brancolano nel buio e sono costrette a creare una speciale unità di investigazione.
Shin’ichi Ichikawa è un anonimo maestro elementare che non riesce ad imporsi né con gli allievi né con la famiglia. Rivivere la serie televisiva della sua infanzia, Zebraman, è l’unica via di fuga da una realtà grigia ed opprimente. Ichikawa passa le sue serate chiuso in una stanza a provare un patetico costume da Zebraman che cuce da solo giorno dopo giorno, ma il destino sta già muovendosi per strane vie.

[pullquote align=”right”]Zebraman non è solo un supereroe: significa credere nei propri sogni![/pullquote] La situazione comincia a cambiare quando nella classe di Ichikawa arriva Shinpei, bambino costretto in sedia a rotelle che condivide con il maestro la passione per Zebraman. Da questo momento Shin’ichi, come un nuovo Neo, inizia a convincersi e indossando il suo grottesco costume riceve una innaturale forza fino a diventare uguale all’eroe della serie televisiva.

A questo punto la storia rallenta per seguire da vicino l’evoluzione del nostro eroe, il percorso che lo porta a credere in se stesso, a trasformarsi nel personaggio in grado di salvare l’intero genere umano dall’invasione di spietati alieni. In questa parte del film facciamo conoscenza con uno dei personaggi più assurdi e riusciti, Zebranurse, l’infermiera che cura l’eroe, la donna che capisce l’uomo e lo sostiene. I tempi sono maturi e Zebraman è pronto ad affrontare la sua prova finale. L’uomo trascende se stesso, si appropria della capacità di volare e si trasforma nel supereroe che tutti vogliono, che tutti amano e che tutti acclamano.

Un eroe in bianco e nero

Se la storia di ogni eroe è un viaggio che strappa l’uomo qualunque dal suo quotidiano per trasformarlo in un paladino della giustizia, Shin’ichi Ichikawa allora è un viaggiatore un po’ maldestro. Il percorso che accompagna il maestro elementare fino all’incarnazione nel supereroe è complesso e articolato, si dipana attraverso la lucida analisi delle debolezze di una generazione che trova nella fantasia e nel sogno non tanto una via di fuga, quanto una vera e propria ragione di essere.

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[pullquote align=”left”]Otaku: persone appartenenti ad una subcultura legata ad anime, manga, videogames, fantascienza, computer…[/pullquote]Ichikawa come un moderno Otaku non è alieno al mondo economico e razionale, egli al contrario ne è parte integrante. Nella realtà ha il ruolo di formatore, è colui che deve trasmettere la razionalità ai giovani allievi. Ichikawa però, come Giano bifronte, è anche Zebraman, è un fruitore di immagini e di “mondi non razionali” e da questa irrazionalità è talmente contaminato da trasformarvisi, egli ama talmente la fantasia da renderla reale.

Ichikawa nel mondo reale si scontra con il quotidiano fallimento, in famiglia come nel lavoro, il suo lato “realistico” subisce costanti sconfitte, quasi che Takashi Miike voglia metterci in guardia dall’osservare il mondo attraverso il solo paradigma razionale. Il trionfo finale è infatti proprio quello della fantasia, dell’immaginale. Zebraman infrange la barriera tra realtà e fantasia, diviene un eroe “umano” e salva il mondo catturando l’attenzione e l’amore delle persone che finalmente possono richiamare il “fantastico” dal luogo dove la razionalità lo aveva esiliato.

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[pullquote align=”right”]Parafrasando Goya potremmo dire che “il sonno della ragione genera mondi”[/pullquote]Takashi Miike ci offre un eroe in bianco e nero, una figura dai colori ben definiti come definiti sono i confini tra il bene e il male nelle serie di tokusazu alle quali questo film rende omaggio: Ultraman, Megalomen, Kamen Rider.
Contro ogni critica di eccessiva superficialità e di fanciullesca deriva, Zebraman può essere letto come un invito a sfuggire alla sclerotizzazione delle istituzioni per imbarcarsi in un viaggio mistico all’interno dei propri sogni più nascosti.

Al di là delle chiavi di lettura che evidenziano la prospettiva immaginale del regista, Zebraman è un film allegro, a tratti comico con un costante richiamo all’infanzia, ai miti eroici che abbiamo amato nei fumetti e nelle serie tv. Ne consigliamo caldamente la visione ad un pubblico che rifiuta con gioia e forza di considerarsi soltanto adulto.

Note bibliografiche:

  • Hiroki Azuma, Generazione Otaku. Uno studio della postmodernità, Milano, Jaca Book, 2010.
  • Silvia Leonzi (a cura di), Michel Maffesoli. Fenomenologie dell’Immaginario, Roma, Armando, 2009.
  • Michel Maffesoli, Del nomadismo. Per una sociologia dell’erranza, Milano, Franco Angeli, 2000.
  • Chris Vogler, Il viaggio dell’eroe. La struttura del mito ad uso di scrittori di narrativa e cinema, Roma, Dino Audino, 1999.
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Zebraman: estasi in bianco e nero ultima modifica: 2013-09-04T02:00:51+00:00 da Gianluca Tulelli

Scritto da Gianluca Tulelli