Tra le piaghe che l’umanità potrà ricordare, pestilenze a parte, vi spiccano quelle informatiche, con dei servizi che promettono tanto, utilissimi, eppure qualcosa va storto e si trasformano in anomalie. Non ci è dato sapere quale sia il meccanismo psicologico che scatta nei fruitori di questi servizi, fatto sta che diventano incontrollabili. E fastidiosi. Quali sono?

Yahoo! Answers

L’ex colosso della ricerca al servizio del sapere; “Perché esistono persone con un occhio marrone ed un occhio blu? Quale libro vorresti che leggesse l’intera umanità? Qual’è l’atteggiamento umano che vietereste per legge?”, sono alcune delle tante domande tipo che si possono fare sul cosidetto portale, che potremmo definire la naturale evoluzione di un forum specifico in una bacheca globale del sapere tramite una serie di domande/risposte. Tutto ciò regolamentato da un sistema a punti a mò di quiz, cosa voler di più?

Un mix perfetto tra domande senza senso e risposte senza utilità Il caso Yahoo!Answers si è rivelato però essere il pioniere delle webanomalies, arrivando presto a ricevere domande senza senso e risposte alla ricerca dell’insulto perfetto al malcapitato di turno, poco importa se la domanda fosse seria o no. Sarà stata l’ambigua categoria denominata “salute mentale”? Sarà stato un virus informatico a rendere quasi tutti gli autori delle domande/risposte sempre e costantemente sul bordo sottile della maleducazione? Non ci è dato saperlo. Questa è una domanda alla quale nemmeno Yahoo!Answers sa rispondere.

Facebook (Pagine)

Sì, ok, il Zucker-network è già un’anomalia di per sé, ma la piaga del social odiato et amato (Catullo perdonami, ndA) sono l e pagine. Nate dapprima col nobile scopo di offrire alle aziende un servizio mirato all’interazione con i clienti e possibili tali, sono diventate strumenti diabolici per bimbiminchia. E siccome ormai il termine si è evoluto e ramificato, nonché cresciuto come i portatori di tale marchio made in primi del 2000, con tale lemma applicato alle pagine di Facebook abbiamo raggiunto una quantità abnorme di ramificazioni della suddetta specie, dai tamarri ai filosofi-intellettuali che se non leggi Bukowski non capisci nulla. Citazioni, citazioni ovunque! Eccole quindi, le note, strumento demoniaco per la condivisione di citazioni, e peggio ancora gli album di foto completamente casuali con frasi di personaggi famosi -o meno-. Sono dovunque, ci inseguono nella nostra home e ci ricordano che esistono e sono i nuovi mezzi di comunicazione, coloro con un audience da “invadiamo l’Austria con i nostri fans”; ma le pagine non erano nate per le aziende?

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Instagram

Se c’è uno slogan che si potrebbe usare ora come ora per identificare questo servizio, sarebbe: “Storie di gatti, di cibo e di filtri scelti male“; il nobile scopo di Instagram era quello di creare un social fotografico che accontentasse guru del settore e gente comune, passando per la strada dei VIP. Tutto ha preso una brutta piega quando gatti bianchi e ciccioni si trasformarono in marroncino vintage, quando la neve mutò in scorie radioattive che manco Chernobyl e il cibo non venne più mangiato bensì messo su Instagram.

Il pensiero dell’essere umano dotato di tecnologia base, appena alzata la serranda per inaugurare il nuovo mattino non era più: “oh, che bella giornata di sole” ma un “oh, il filtro Lo-Wi risalterebbe i colori dell’erba del prato!”, come al ristorante scenari del genere avevano la meglio su qualsiasi altro: “mi scusi, vorrei ordinare un semplice piatto di spaghetti al ragù, ma secondo me se prendo il Seezunge mit einer Zitronen-Pfeffer Sauce serviert mit Trüffel aromatisierten Kartoffeln e ci applico il Nashiville altro che Henri Cartier-Bresson!”. Insomma, è caccia alla ricerca al filtro peggiore da utilizzare.

 Hashtag

C’è la controparte twitteriana alle pagine Facebook. Non hanno lo stesso funzionamento, ma la base è acquistare visibilità tramite lo sciorinare più 140 caratteri possibili con quelle parole chiave, solitamente un vanto per la loro comunità (#JustinBieberTheBest) o una richiesta formale (#WeWant1DinITaly). Parafrasando la celeberrima parabola: ogni mattina, una ragazzina si alza e sa che dovrà twittare per il proprio idolo; ogni mattina, un utente normale del social network con l’uccellino sa che dovrà twittare contro l’hashtag che trova alle prime luci dell’alba nei trend nazionali/internazionali. Non importa se tu sia bimbaminchia o hipster user, l’importante è twittare. E ovviamente, scatenare l’eterna lotta tra chi si crede alternativo e l’orda inarrestabile di ragazzine alle prese con i loro ormoni in subbuglio vuoi per l’adolescenza, vuoi per i loro attuali sex symbols.

Gli hashtag sono parole chiave, contenitori di tweets su quell’argomento, perché usarli per sfoggiare un orgoglio di comunità? Ammettiamolo però, dopotutto un paio di generazioni addietro avevamo tutti la registrazione al fanclub (ai tempi rigorosamente scritto funclub per una totale o parziale ignoranza dell’inglese scritto) cartaceo, via posta, dei Backstreet Boys. Ci rende diversi da un hashtag dalla dubbia utilità?

Webanomalies – I mostri del web ultima modifica: 2013-05-04T09:00:27+00:00 da Anna Sidoti

Scritto da Anna Sidoti

Non sono ancora così famosa da avere una biografia.