Quando Sergio mi ha detto che questo mese avrei dovuto trovare qualcuno che coprisse la sua rubrica, la mia prima reazione è stata: “Oddio. Panico.”. Sapevo che non sarebbe stato un compito facile. Quando poi abbiamo stabilito che la prescelta ero io, ho cominciato a chiedermi di cosa mai avrei potuto parlare per rimanere in linea con quello che scrive lui di solito. Insomma, non volevo e non voglio deludere le aspettative di nessuno, per cui ho deciso di fare del mio meglio e di attingere direttamente alla mia esperienza videoludica che ultimamente ruota attorno al tanto famigerato multiplayer.

Vi dirò, ad essere onesta, l’inizio della mia storia come videogiocatrice mi vede nei panni di un’agguerrita sostenitrice del single-player. Mi è sempre piaciuto poter dettare i ritmi di gioco senza dover rendere conto a nessuno, esplorare l’ambiente e vedere cosa è possibile fare e cosa no, interrompere quando il gioco comincia a snervarmi (perché ogni tanto succede), mettere in pausa per fare altro e riprendere più tardi, sperimentare le morti più assurde, e così via. Insomma, cose che non puoi fare se stai giocando con qualcun altro, fosse anche per una mera questione di educazione.

Il punto però, spesso e volentieri, è “Chi è questo qualcun altro?”.

La mia avversione per il multiplayer nasce dall’idea, errata, che giocare online con altra gente, gente che non conosci, implichi tutta una serie di cose che io solitamente aborro:

  • Estremo nervosismo
  • Insulti vari ed eventuali
  • Fanziosità che neanche gli hooligans
  • Mancato rispetto dei tempi e delle capacità altrui
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Insomma, tutte quelle cose tipiche soprattutto dei deathmatch. Tipiche soprattutto di Call of Duty e affini.

Le cose cambiano, e molto, quando scopri di poter giocare con gli amici. I deathmatch diventano molto più divertenti quando hai qualcuno con cui chiacchierare che magari ti copre anche le spalle e persino le campagne cominciano ad appassionarti potendo contare su qualcuno che ti da una mano e nel frattempo ti intrattiene. E così, tra un gioco e l’altro dove il single-player la fa da padrone, ho deciso di acquistare Borderlands 2.

Non posso fare tutte quelle cose che farei normalmente giocando per conto mio, anche se ogni tanto continuo a perdermi nelle mappe immense perché l’esploratrice che è in me prede il sopravvento, e a volte organizzarsi per riuscire ad andare avanti con la storia tenendo conto delle esigenze di tutti e 4 i membri del team può davvero essere disturbante, ma gli sforzi e le rinunce vengono sempre ripagati. Nelle ultime settimane ho avuto modo di rivedere completamente la mia idea di multiplayer: il co-op può essere divertente, utile e persino educativo. E così mi sono ritrovata a rispolverare un’idea del gioco online che ricorda uno dei più noti libri di Dumas: I tre moschettieri.

E quindi? Quindi “Uno per tutti e tutti per uno”.

Uno per tutti, tutti per uno ultima modifica: 2012-11-01T12:00:12+00:00 da Erika Gherardi

Scritto da Erika Gherardi