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Retrogaming significa non soltanto videogiochi, ma anche console. Quello che vi presentiamo oggi è un aggeggio portatile che non è mai riuscito a scalare le classifiche mondiali di vendita nonostante i soldi spesi per produrlo e sebbene fosse più potente e performante della concorrenza (in realtà fatto non insolito in ambito videoludico).

Signori e signore, il Game Gear.

Game Gear è una console portatile 8 bit della Sega, uscita nel 1990, con la quale la casa giapponese tentò di entrare nel mondo del gaming portatile provando a strapparne il primato a Nintendo. In effetti le premesse a livello hardware c’erano tutte, essendo la macchina Sega molto più potente del Game Boy rivale, integrando uno schermo retroilluminato a colori e la possibilità (tramite apposito accessorio) di diventare all’occasione una pratica tv portatile.

Non sempre un hardware migliore è sinonimo di maggiori venditeSpesso però l’hardware e l’innovazione non giocano a favore delle vendite e, sebbene esse non rappresentarono un vero e proprio fallimento, le aspettative altissime dei capoccia Sega furono notevolmente ridotte, la console infatti arrivando a vendere undici milioni circa di unità non si avvicinò minimamente al rivale Game Boy che riuscì ad attestarsi sui cento milioni circa.

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Oltre ad un parco giochi più ristretto (nonostante fosse praticamente un Master System portatile, potendo contare su tantissime trasposizioni dei giochi di quest’ultimo e su un convertitore che ne rendeva possibile la fruizione diretta) la durata delle batterie e l’ingombro (non proprio da taschino) furono un grosso freno per lo sviluppo. A differenza della console rivale, con la quale si riusciva a fare quasi 30 ore di gioco con quattro pile, le sei pile necessarie al Game Gear riuscivano a malapena ad arrivare a sei o sette ore di fila, rendendo di fatto la console più adatta ad un uso casalingo che portatile e portando il giocatore a dover considerare oltre il costo già di per sé esoso della console e dei giochi, anche un mutuo per le batterie (nel 1990 non era cosi semplice trovare batterie ricaricabili a buon prezzo).

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Durata delle batterie, maggior prezzo e minor parco titoli furono un deterrenteAccese le discussioni con i possessori di Game Boy per capire chi avesse fatto la scelta giusta e se non bastava dire di avercelo più grosso e colorato, quando il nemico aveva una durata tripla, riuscire ad uscirne vincitori era veramente difficile.

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La console veniva venduta (come abitudine Sega) insieme ad un gioco, Columns, una sorta di riproduzione a colori del ben più famoso Tetris, gioco che, insieme all’intramontabile Sonic, faceva parte della purtroppo scarna collezione in mio possesso (oltre ai prezzi proibitivi e all’impossibilità economica dovuta al fatto di essere un bambino di sei anni, era infatti molto difficile riuscire materialmente a trovare cartucce compatibili nei negozi).

In Italia la console venne più ricordata per gli improbabili spot di Jerry Calà (un giro su Youtube potrebbe essere illuminante da questo punto di vista) che per le discussioni da sala giochi, riuscendo comunque a donare, ai pochi fortunati possessori, momenti di felicità e divertimento.

Non nascondo che al sottoscritto ancora adesso capita di collegare quel kilo e mezzo di trasformatore alla corrente e rischiare una tendinite ai polsi pur di rigiocare a quelle poche perle possedute, e se ciò accade, accade per un motivo che soltanto chi ha apprezzato i primi videogames e console può capire.

Tuffi nel passato: Game Gear ultima modifica: 2013-07-02T00:30:27+00:00 da Mario Cerutti

Scritto da Mario Cerutti

Nato nel settore ZZ9 Plurale Z Alfa e da li mai trasferitosi, decide, preso dalla noia, di studiare comunicazione, e travolto dalla vita a fare poi tutt'altro. Ho molte passioni e poco tempo per goderne. Nel tempo libero vivo.