Organismo e digitale non sono due parole che vengono spesso associate, ma la verità è che dovremmo cominciare ad abituarci perché è una realtà che fa parte della nostra quotidianità anche se non ce ne accorgiamo. Anzi, vi diremo di più: il futuro dell’informatica, o per lo meno di una parte di essa, è nella biologia.

Riproduzione ed evoluzione

Siamo abituati a ragionare per compartimenti stagni: un organismo è qualcosa che si riproduce e si evolve, il codice è qualcosa che copiamo noi e creiamo noi quindi non c’è spazio per l’evoluzione se non per quella che deriva dal nostro mettere le mani sulle stringhe e modificarle perché abbiamo avuto un’idea che secondo noi lo migliorerà.

Ma proviamo a vederla da un altro punto di vista. Per farlo prendiamo in prestito le parole di George Dyson, storico della tecnologia e autore del libro La Cattedrale di Turing che racconta la nascita del computer:

I codici digitali sono sequenze di cifre binarie, i bit. Quando si clicca su un link, si replica la stringa di codice alla quale è collegato. Non equivale alla vita, ma nemmeno la replicazione delle sequenze di un nucleotide, se è per questo. Eppure sappiamo che a volte in questo modo si crea la vita.

Se partiamo da questo presupposto allora potete facilmente comprendere come sia possibile rileggere il mondo 2.0 in chiave “biologica”: abbiamo i virus, abbiamo le app che si diffondono come microbi, abbiamo organismi giganteschi e decisamente pluricellulari come Facebook, Amazon, Google. Abbiamo di fronte a noi un universo digitale che è grande quanto quello naturale e che proprio come quest’ultimo è praticamente sconosciuto.

Un cambio di prospettiva

Non siamo di certo i primi a parlare di organismi digitali e sicuramente non saremo gli ultimi, ma quello che è cambiato negli ultimi tempi è la prospettiva. Prima però di illustrarvi quella attuale, quella che ci porta ad affermare che il futuro dell’informatica è la biologia, dobbiamo fare parecchi passi indietro.

Core War

Siamo negli anni ’80 quando Core War viene alla luce. Prima che la vostra fantasia cominci a correre vi diciamo subito di cosa si tratta: un gioco, uno scontro tra due programmatori per la conquista del Core.

Il Core è il terreno di scontro, è costituito da una matrice composta da 8.192 locazioni ed ha la particolarità di essere circolare, quindi non ha un inizio e non ha una fine. I guerrieri vengono programmati dai due sfidanti utilizzato un linguaggio di programmazione chiamato Redcode e ognuna delle istruzioni di cui sono composti occupa una locazione della matrice fino ad un massimo di 512.

Non vi tedieremo con i dettagli tecnici di questo gioco anche perché diventa complesso e non vorremmo rendere l’articolo pesante, quindi arriviamo al punto.

I due guerrieri, che non sono altro che programmi, cercano di replicarsi, mutano, sovrascrivono le rispettive istruzioni e cercano di deprivare l’altro delle risorse computazionali. In altre parole lottano per sopravvivere. Vi viene in mente qualcosa di più biologico di questo?

Dal gioco alla simulazione scientifica

Il passo dal trasformare un gioco in un vero e proprio strumento di ricerca in questo caso era breve. Steen Rasmussen fu il primo ad introdurre un algoritmo genetico per scrivere i programmi in modo automatico, mentre Tom Ray perfezionò ulteriormente l’idea creando un nuovo sistema chiamato Tierra che a sua volta ispirò il più complesso Avida.

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Lo scopo di Avida era quello di simulare l’evoluzione della vita. Alla fine gli organismi digitali non sono altro che programmi capaci di replicarsi autonomamente che vivono in un ambiente controllato e cercando di definire con cura i parametri è possibile osservare come, posti all’interno di uno spazio limitato, siano in grado di creare nuove stringhe di codice per poi rimuovere quelle più vecchie. Senza contare poi la possibilità di verificare anche l’ingerenza delle mutazioni nel corso dell’evoluzioni di questi organismi digitali, mutazioni che possono essere “implicite“, ossia il risultato di algoritmi di copia difettosi, oppure “esplicite“, cambiamenti casuali nel genoma dell’organismo indipendenti dai processi di copia o generati da inserzioni e delezioni di singole istruzioni.

Tutto ciò non vi sembra particolarmente familiare, soprattutto se leviamo “organismi digitali” e ci mettiamo un essere umano al suo posto?

Il futuro dell’informatica è la biologia

Tutto quello di cui abbiamo parlato poco sopra ha una caratteristica fondamentale: è limitato. È limitato dallo spazio che il ricercatore di turno gli ha assegnato per poter osservare i fenomeni così familiari quando si parla di esseri viventi.

Il nostro mondo digitale però, quello che sfruttiamo tutti i giorni, non è limitato, anzi si espande. Pensate ai social network, a Youtube, a Google. Tutto questo contribuisce ad occupare questo universo fatto di bit e allo stesso tempo gli da nuova linfa per crescere.

Nell’intervista, tratta da Wired US e riportata poi da Wired Italia nel numero di Maggio, in cui George Dyson ci spiega cosa sono gli organismi digitali troviamo un’affascinante quanto inquietante riflessione dello storico: la realtà è che anche quando noi spegniamo il computer questi scrivono istruzioni gli uni per gli altri e lo spazio che creano ed occupano non può essere controllato. Più l’universo digitale si espande più cresce questa massa selvaggia ed indisciplinata.

La verità a cui nessuno di noi è preparato è che stiamo creando un’intelligenza artificiale di proporzioni titaniche che non siamo capaci di gestire e ancora meno di capire. Quello che dobbiamo fare, quello che Dyson suggerisce di fare e di cui nessuno sembra comprendere l’importanza, è introdurre nelle aziende tecnologiche la figura del biologo. È inutile avere centinaia di ingegneri e informatici capaci di dare alla luce l’impossibile quando poi non sanno capire davvero quello che hanno appena creato.

Il futuro dell’informatica, del mondo digitale, è la biologia perché è giunto il momento di trattare la tecnologia come un organismo perché è quello il modello che il codice segue, perché l’andamento è tale e quale a quello del gioco degli anni ’80 Core War: i programmi cercano di sopravvivere come gli uomini.

Se un domani dovremo combattere Skynet perché non abbiamo avuto abbastanza cura della vita digitale che abbiamo creato non venite a lamentarvi con noi. Siete avvisati.

Organismi digitali: il futuro dell’informatica è nella biologia ultima modifica: 2012-07-13T10:00:47+00:00 da Erika Gherardi

Scritto da Erika Gherardi