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Non avevo visto il film, non avevo letto i libri, ma già il fenomeno mi preoccupava un po’. Schiere di giovani pieni di attesa per l’uscita del lungometraggio con alle spalle la lettura dei tre romanzi stavano invadendo la rete e la mia paura più grande è che tutto fosse assimilabile ad un altro grande successo di pubblico: Twilight. Eppure mi sono lasciata convincere e alla fine ho letto la saga degli Hunger Games. Il risultato? Mi è rimasta nel cuore, soprattutto perché, a modo suo, fornisce critica sociale e dipinge un futuro apocalittico auto-inflitto dall’uomo che mi ha profondamente affascinato.

Niente di scontato

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Cadere nella banalità quando si tratta di fantascienza è alquanto facile, soprattutto se come Suzanne Collins davanti a voi avete un percorso lungo tre libri, soprattutto quando già il primo ha un successo clamoroso. I meccanismi che potrebbero scattare sono due: accontentare i fan, soprattutto quando si tratta del finale, e cadere nella scontatezza sapendo che comunque vada i romanzi restanti se li compreranno in molti. Non è questo il caso degli Hunger Games.

Uscito nel 2008, il primo libro ci racconta una storia che serve soltanto a delineare una situazione politica e sociale che verrà approfondita in seguito. Probabilmente non era questo l’intento dell’autrice quando decise di raccontare la vicenda di Katniss, chiamata a partecipare ai terribili giochi organizzati nel regno di Panem ad opera della sua capitale. L’intento degli Hunger Games era scoraggiare la ribellione dei dodici distretti, già venuti alle armi oltre settant’anni prima nell’intento di ribaltare la loro triste sorte di sudditi sottomessi al volere di un Presidente che ha come unica preoccupazione il bene dei ricchi cittadini di Capitol City. [pullquote align=”left”]24 ragazzini, un solo vincitore[/pullquote]Il come è inquientante: vengono prelevati due giovani sotto i 18 anni per ogni prefettura e messi in un’arena che li costringe a combattere fino alla morte, fino a quando non ne rimarrà uno solo. Quell’uno simboleggia tanto la speranza di una vita migliore, visto l’ingente somma vinta, quanto la potenza di chi regna su Panem senza possibilità d’appello, libero di trasmettere in tv un reality show in cui dei bambini si massacrano come animali. Benvenuti agli Hunger Games.

La particolarità del primo romanzo già la cogliete: è un libro per ragazzi che racconta una crudeltà inaudita. Non c’è del falso buonismo e anche la nostra eroina è costretta a fare cose particolarmente deplorevoli per sopravvivere, compreso il fingere una relazione con il suo compagno di distretto, Peeta.

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Lungi da me spoilerarvi la storia comunque, quindi focalizziamoci un attimo sulla piega che prende la serie: quella della rivoluzione. Katniss ha molti difetti, soprattutto diverse debolezze e l’indecisione tipica di un’adolescente quale lei è, ma in mezzo a tutto questo la ragazza riesce a trovare la forza per opporsi ad un sistema che non va fino a diventare il simbolo di una ribellione che ci costringerà a guardare oltre fino a vedere quello che la Collins, a conti fatti, ha voluto rendere centrale in questa saga, ossia il lato socio-politico della vicenda e la già citata critica che nasconde con cura dietro ad una storia d’amore atipica e ad una narrazione fantascientifica.

Non c’è niente di scontato in questi romanzi, niente che faccia urlare allo scandalo per un fenomeno senza senso come molti suoi predecessori, niente che viete ad un adulto di godersi quello che solo in teoria è un romanzo sulla carta. Gli Hunger Games sono per tutti, sono originali, sono fondati su idee solide e capaci di sorprendere continuamente perché quello che vogliono raccontare non è una favola a lieto fine, ma è una possibile realtà che punisce e uccide, tanto il corpo quanto l’anima.

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Un futuro post-apocalittico

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Potrei passare ore a raccontarvi i libri e qualche minuto a parlarvi del film che non mi ha convinto pienamente, ma che in ogni caso merita di essere visto, ma quello che realmente mi ha colpita è l’ambientazione post-apocalittica perché tutto sommato non è frutto della sola fantasia dell’autrice.

[pullquote align=”right”]La regressione portata dell’evoluzione: un futuro post-apocalittico che fa paura[/pullquote]Facciamo un passo indietro nella storia, ancora prima della nascita degli Hunger Games. Andiamo direttamente all’origine di Panem. La Collins non è particolarmente chiara su questo punto, ma alcune cose si possono evincere nel corso della lettura, abbastanza chiaramente da capire che il mondo così come lo conosciamo oggi è andato distrutto completamente a causa di brutali guerre tra gli esseri umani che hanno ridotto i superstiti in una condizione a metà tra il Medioevo e l’Ottocento. Quello che rimane di un’avanzata civilità si è concentrato soprattutto nella capitale del regno sorto dalle ceneri degli Stati uniti, mentre tutti gli altri vivono sostanzialmente sottomessi, divisi in modo da essere incapaci di comunicare ma soprattutto per evitare che qualcuno di loro possa diventare autonomo. Ognuno dei tredici distretti (perché prima della ribellione avvenuta 75 anni prima quella descritta nei libri erano 13) era specializzato in un’attività economica diversa: carbone, nucleare, agricoltura, tecnologia, difesa militare e così via. Manca spesso il cibo, la corrente è razionata e spesso arriva solo per le televisioni in corrispondenza della trasmissione degli Hunger Games o per elettrificare le recinzioni che evitano la fuga dei cittadini fuori dalla loro prefettura. Una ribellione era inevitabile già all’inizio, quando il tredicesimo distretto venne raso al suolo e il terribile reality show ancora non esisteva quindi immaginatevi dopo anni e anni di sacrifici umani pensati per dimostrare la superiorità di Capitol City.

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Questa è la cornice della saga, ma suona molto come un futuro più vicino e preoccupante di quanto potessimo pensare. La domanda sorge spontanea: la tecnologia ci porterà a regredire? Non è passato molto tempo da quando ho scritto come il mondo potrebbe migliorare se tutti fossimo connessi e non ho smesso certo di crederci, anzi, continuo ad auspicare la democratizzazione della banda larga perché il problema nasce proprio dallo squilibrio. Nasce quando l’innovazione rimane nelle mani di pochi e viene usata per imporsi piuttosto che per migliorare la vita di tutti e no, non è solo questione di energia nucleare. Anche, soprattutto, ma è solo una piccola parte di una cultura vecchia come il mondo che si basa sul classico: “Vince il più forte“.

Questa è la filosofia che ci porterà ad un passo dagli Hunger Games, estremizzazione del diffuso fenomeno del reality show verso cui non si può fare a meno di cogliere la critica. Ma questo è solo un punto. Non ci sono solo i giochi ad essere deplorevoli in questi libri. C’è una situazione socio-politica dove i cittadini sono ridotti al silenzio ma in cuor loro continuano a gridare e ribellarsi sperando che un giorno qualcuno dia loro la forza di agire, c’è un futuro post-apocalittico che racconta come la tecnologia nelle mani di pochi bramosi di potere possa distruggere millenni di civiltà e c’è anche un terribile presagio: dopo tutto questo, dopo aver toccato il fondo, la soluzione è sempre e comunque la guerra… con la minaccia delle armi nucleari.

È questo il futuro che ci aspetta?

Hunger Games: un futuro post-apocalittico ultima modifica: 2013-03-17T09:00:15+00:00 da Erika Gherardi

Scritto da Erika Gherardi