Ho fatto un po’ il punto della situazione. Nella mia vita, dico. Scrivo da sempre, in qualsiasi piattaforma, ho smesso di piangere sulla tomba di Splinder, me ne sono fatta una ragione anche se il cuore fa male ancora, e come tradizione vuole, alla soglia dei 20+ ho preso casa da sola. Virtuale, intendo, ché gli immobili reali non posso permettermeli. E poi fanno così poco SEO.

SEO is the new black, possiamo tranquillamente sostituire questa sigla con gli ormai decrepiti “chic” o “trendy”, lasciando questi lemmi ai tempi di Cioè degli anni d’oro ed altre letture impegnate. Che ormai faccia figo usare le sigle per indicare la propria posizione lavorativa lo sappiamo già, chiunque ha come amico un CEO di una startup. O peggio, di un blog. È che quando mi sono ritrovata a fare il punto della situazione per la mia vita lavorativa, ecco che ero già parte di un gruppo Facebook con questa sigla platinata che imperava sulla copertina. Magari mi ritrovo un po’ a romanzare la cosa, magari no, e basta leggere qualche post per vederla più santificata della statua della Madonna di Međugorje, che tutti venerano e nessuno sa scrivere.

Appunto, scomponendo la sigla otteniamo Search Engine Optimization. Che lavoro fai? Sono un SEO Specialist.
Al sol sentire il suono armonico della sigla, ci si immagina figa a grappoli, soldi come in un video dello scenario rap attuale a caso e l’occhialino cadente dall’alto come nei video meme thug life style.

Ma non lo si sente dire, lo si vede scritto. Perché mi sa che il dubbio di risultare un po’ minchioni sia venuto anche a questi professionisti, ma se le testate giornalistiche ad oggi son libere di fare cattiva informazione, vuoi che tale X non possa identificare la sua situazione lavorativa come meglio crede?

SEO Specialist, nel mondo del lavoro, corrisponde ad una persona che ottimizza un sito web per i motori di ricerca. Cioè per uno solo, Google, che se chiedi se sia il caso ottimizzare il proprio sito per, che so, Yahoo!, la risposta è un professionale “AHAHAH”. Un esempio per i non addetti ai lavori, il SEO Specialist è quella persona che al momento della costruzione di una casa, prende il progetto, riunisce i muratori, si mette sul punto in cui può avere una visione globale di tutto e dice “ma guarda, innanzitutto il titolo di questo progetto deve essere compreso tra i 40 e i massimo 70 caratteri, io mi terrei sui 51. Poi fai tu, eh, ci mancherebbe, comunque io nel mio corso tendo a specificare questo”.

Perché è il mestiere del futuro, se lo sai fare basterà allargare le braccia ed utilizzare poteri cinetici conferiti da Google stessa per spalancare le porte di ogni azienda. Per questo quasi ogni SEO Specialist tiene un proprio corso a pagamento ove è possibile imparare ad ottimizzare al meglio il proprio blog aziendale. Non importa che tu sia un venditore di provole al bergamotto o l’ennesimo blogger che fonda l’ennesimo sito per nerds, l’importante è che segui il corso, impari e mantieni la mia professione inesistente.

Mi ci sono volute meno settimane che per accettare la morte di Splinder, eppure ci sono riuscita, ho formulato la mia teoria: la Search Engine Optimization è una pratica, non una professione. È una specializzazione, non un mestiere. O almeno per la maggior parte dei presunti professionisti.

Ci sono infatti sicuramente coloro che se ne occupano da anni, ma io parlo del SEO Specialist che ti chiede 800€ sulla fiducia, del SEO Specialist che ti corregge il titolo perché è troppo corto, o troppo lungo (di due caratteri). Di quello che scrive articoli sul blog più vaghi del primo segreto di Fatima, con lo scopo di educare avere visite, visualizzazioni, ritorni, fidelizzazione e successivamente, acquisti. O di quello che sceglie gli argomenti in base ai trend. Con il rischio che se domani andrà di moda parlare di fisica nucleare, potremmo ritrovarci con un articolo il cui contenuto è copia-incolla da Wikipedia.

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Tutte belle, queste tecniche, per carità. Però se a lavorare è uno e gli altri 10 fanno solo corsi e post sul blog, speaker o commentano con fare supponente in gruppi social, mi farei una domanda, ma anche due.

Ed è peggio di quella volta in cui ci siamo un po’ rincoglioniti con Facebook, dietro i suoi giochini, tutti gli amici e dunque la fatidica domanda “che fa’ , non ti iscrivi?” che poi è diventata “dai che ci teniamo in contatto”, ed ancora “metti su le foto di Pasquetta del 2010” fino ad essere il fulcro principale della tua comunicazione, non sapendo bene perché.

A pensarci bene, siamo ancora un po’ rincoglioniti, una sorta di hangover informatico che non abbiamo ancora smaltito; se qualcuno cambia gli algoritmi è nostro dovere essere sempre sul pezzo, perché lo scopo principale è arrivare in prima pagina, al primo titolo. A noi non interessa più studiare sulla qualità dei contenuti, del design, sull’originalità ed anche sull’ecletticità, perché no. Le aziende vogliono arrivare per prime, vogliono vendere, il blog deve essere finalizzato a qualcosa, sennò che te ne fai, e mille studi dimostreranno che quando ci serve un’informazione tendiamo a soffermarci sulla parte alta dell’unico motore di ricerca che utilizziamo.

Perciò se trenta macellai di Firenze vogliono essere “primi su Google”, il SEO Specialist sa già che il suo è un lavoro impossibile, gli spazi in prima pagina son dieci. Senza dubbio farà del suo meglio e consiglierà al professionista della carne di cambiare parola chiave, e da qui nasce l’hangover collettivo: siamo così ubriachi, così impegnati, così di fretta che non abbiamo notato che Google ha indicizzato appositamente tutto il web per noi, dalla seconda pagina in poi?

Abbiamo bisogno di una persona specifica o di un corso a pagamento dal primo tizio con la faccetta simpatica che ci ispira affidabilità con il titoletto sotto il nome di SEO Specialist per dirci come fare il nostro mestiere di copywriter, web designer, macellaio? “Prova magari a fare le braciole di carne con il bacon solo il martedì, così da poter lavorare sulla nicchia e costruire una long-tail specifica”.

Il problema siamo noi: non è che abbiamo meno tempo di prima, è solo che ci sono più cose da fare, tipo stare su Facebook tutto il giorno alla ricerca di news o delle foto della ex con il nuovo ragazzo, twittare i programmi della De Filippi (ma non la odiavate, un tempo?), partecipare alle Community di Google+ con una discussione sui massimi sistemi dell’universo, scrutare Pinterest perché il DIY fa bene alla creatività ed alla personalizzazione degli spazi ormai troppo industrializzati. A pensarci bene potremmo utilizzare la forma mentis DIY per i nostri siti, ma quelli vanno bene solo se conformi alle norme SEO, ché sennò per carità.

Noi non siamo un algoritmo, e per dirlo à la teoria cospirazionista, siamo coloro che possono fare il buono ed il cattivo tempo. Siamo quelli con le nostre abitudini, i nostri siti preferiti, quelli che usano delle sigle strane e brevi per indicare la propria professione ma che in fin dei conti sanno che la SEO è solo una possibilità del grande e vasto web. È davvero necessario un internet in cui ci si adegua ad un algoritmo studiato a tavolino, oppure abbiamo bisogno di un web accessibile per davvero, uno di quelli in cui un sito viene scelto per i contenuti di qualità e non perché il titolo rimane sui 51 caratteri?

Ci sarà mai altro da considerare, oltre la SEO? ultima modifica: 2016-04-04T12:16:31+00:00 da Anna Sidoti

Scritto da Anna Sidoti

Non sono ancora così famosa da avere una biografia.